“Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione…”
Questa citazione evangelica, da cui André Gide trae ispirazione per il titolo del suo celebre romanzo La porta stretta, ci parla del sacrificio, della difficoltà e del coraggio necessari per intraprendere un percorso fuori dal comune.
La figura del pioniere, colui che va per primo e sostiene con le proprie spalle il peso di un mondo che aspetta di nascere, è al centro di questa riflessione. Come accade in La porta stretta, dove Alissa sceglie di rinunciare alla felicità terrena per un ideale superiore, anche chi si impegna nel cambiamento deve attraversare una soglia stretta e difficile. È una scelta consapevole che implica sacrificio e, spesso, incomprensione.
L’immagine di una figura solitaria che avanza verso una porta maestosa, circondata da un paesaggio vasto e inospitale, ci riporta a questa tensione tra il desiderio e il dovere. Scegliere la porta stretta significa accettare la solitudine iniziale, la fatica del primo passo, sapendo che la via non sarà semplice né popolare. È la strada di chi non si accontenta della comodità di ciò che esiste, ma guarda oltre, verso un ideale più grande.
Come nella vicenda di Jérôme e Alissa, dove il sacrificio diventa simbolo di una tensione verso l’assoluto, anche nella realtà chi si assume il compito di aprire una strada per gli altri non lo fa solo per sé, ma per un sogno collettivo. Il primo passo è sempre il più difficile, ma è anche il più importante, perché traccia la via che gli altri potranno seguire.
Nei quartieri, nei comitati, nelle associazioni, questo concetto si realizza ogni giorno. Ogni gesto di chi sceglie di impegnarsi per il bene comune è un attraversamento della porta stretta. E come Gide ci insegna, è proprio in quella tensione tra l’impossibile e il reale, tra la rinuncia e il desiderio, che si trova la forza di creare qualcosa di nuovo.
La porta stretta non è per tutti, ma è per chi crede che il futuro valga ogni passo.