CELLA 308 *DI FRANCESCO SCARANGELLA

Proseguendo nel solco tracciato dal titolo precedente che potete leggere qui, “Cella 308” di Mauro Guerretta si presenta al lettore come un agile e sottile libello, che sviluppa il tema della vita quotidiana nella realtà carceraria del “nostro” Nord Est.

Una famiglia comune – originaria di Treviso – si trova improvvisamente a vivere l’arresto di Mauro, tradotto dapprima nella Casa Circondariale di Belluno ed in seguito in quella di Udine in esecuzione di una sentenza definitiva pronunciata dalla Corte di Cassazione.

Non un libro di denuncia, ma di testimonianza: una testimonianza sincera e personalissima intorno alla vita quotidiana di una famiglia qualsiasi, trovatasi improvvisamente costretta al confronto con un apparato penitenziario spesso indifferente, disumano, reazionario ed apertamente insensibile.

Con la sua narrazione – talora toccante e patetica, talaltra sconsolata, a tratti financo veemente – questo libello offre un affresco crudo e disincantato, ma al contempo realistico e privo di retorica, della realtà carceraria italiana negli anni difficili dell’epidemia di Covid-19.

Il racconto si sviluppa nella forma di un agile diario a più mani, in cui ciascun membro della famiglia condivide apertamente le proprie riflessioni, le proprie esperienze ed i propri sentimenti: la narrazione assume passim la forma di un vero e proprio scambio epistolare tra Mauro e i suoi familiari, dal taglio critico ma al contempo fortemente umano.

Un ambiente carcerario cupo ed opprimente; un arredamento usurato, sporco e negletto; un soffocante grigiore degli interni e degli esterni; una muratura sordida, pervasa da macchie di muffa; una struttura fatiscente, che lascia penetrare nelle celle il freddo dell’inverno come il caldo dell’estate.

Ma è nei cuori degli uomini che per il carcere si avventurano – detenuti e non – che il grigio massimamente dilaga: e non basta la lontana speranza della promessa libertà, né molto può il sistematico impiego delle benzodiazepine, incoraggiato dalla struttura carceraria come facile mezzo di conforto contro gli affanni materiali e morali dei detenuti.

Di fronte ad una giustizia cieca e sorda alle sofferenze del detenuto e della sua famiglia, domina in tutti un gravoso senso di impotenza e frustrazione, che dà talora origine a vere e proprie rivolte.

Nel libello si può, infatti, reperire una icastica testimonianza “di prima mano” della storica, notoria rivolta che ha interessato il “nostro” Carcere nel corso della temperie pandemica: tra il cigolio delle manette che sfregano contro le sbarre, il barrito degli utensili metallici che si scontrano, il fragore degli oggetti scagliati a terra; il languire di urla e lamenti provenienti dei detenuti, non si può non cogliere la sincera commozione di chi – separato dal mondo esterno – si trovi ad ottenere passivamente notizia di una incipiente ondata pandemica e del suo dilagare tra le mura della Casa circondariale.

Scarsi durante una pandemia sono – in effetti – gli spiragli di comunicazione con la famiglia di origine: spesso esclusivamente possibili per tramite delle poche videochiamate largite dagli apparati penitenziari; le quali risultano, peraltro, spesso interrotte dai disturbi della rete.

Con l’avanzare di una ennesima “zona rossa”, è il carcere di Udine a sollevarsi, per effetto della improvvida scelta di inibire le comunicazioni telefoniche, avvertita dai reclusi come irrazionale.

Altro tema portante, che scandisce l’evolversi della narrazione, è la cronica carenza di cure mediche adeguate per i detenuti: anche per un uomo anziano e fragile come Mauro.

Neppure i farmaci contro il diabete gli vengono consegnati regolarmente, nonstante tutti i rischi per la salute che ciò comporta: svariati sono gli episodi di ricovero ospedaliero descritti, che gli apparati penitenziari scelgono persino di non comunicare alla famiglia. Sarà finalmente proprio l’incedere della patologia diabetica e cardiovascolare di Mauro a decretare – paradossalmente – il suo trasferimento ai domiciliari: è questa la sua, personale via di uscita dal carcere.

Un carcere dove la desolazione e lo sconforto troneggiano sordidamente, al punto da indurre innumerevoli giovani reclusi al gesto estremo pur di fuggirne: molte anche le vittime del fine pena, che cadono per mano propria non sapendo reagire alla mancanza di prospettive di vita esterna ed all’impreparazione al ritorno in libertà.

Un carcere che non rieduca il recluso, ma che lo distrugge da ogni punto di vista: un sistema che ad avviso di Mauro – abbandonata su indicazione del Beccaria la pena capitale – infligge tuttavia una morte lenta e silenziosa al detenuto. “Che una persona” scrive Mauroabbia commesso degli errori e debba pagare le conseguenze va benissimo, ma ribadisco c’è sempre modo e modo“: un grido di dolore – prima ancora che di denunciacontro un sistema che sembra ignorare la funzione rieducativa cui ogni pena dovrebbe costituzionalmente tendere.

Un libro schiettamente sincero – fors’anche scomodamente sincero – che invita il lettore a riflettere sulla indesiderabile condizione di vita del detenuto e della sua famiglia. Un libro potente e diretto, da leggere senza pregiudizi.


Riferimenti bibliografici:

Mauro Guerretta, Cella 308. Tutto inizia e tutto finisce, Edizioni Federica, Treviso, 2023.

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