MANI PULITE TRENT’ANNI DOPO

L’ombra lunga di Tangentopoli sulla politica italiana. 

Il 17 febbraio 1992, con l’arresto di Mario Chiesa, prendeva il via Mani Pulite, l’inchiesta giudiziaria che avrebbe scoperchiato il sistema di corruzione della Prima Repubblica, travolgendo i partiti storici e cambiando per sempre il rapporto tra politica, magistratura e opinione pubblica. A trent’anni di distanza, il giudizio su quella stagione resta controverso: se da un lato ha avuto il merito di smascherare un sistema diffuso di tangenti, dall’altro ha lasciato in eredità un paese con una politica più debole e una magistratura sempre più protagonista.

Oggi, l’Italia non è uscita completamente dall’ombra di Tangentopoli: il dibattito politico è ancora condizionato dalla giustizia penale, il rapporto tra magistratura e potere legislativo resta teso e il giustizialismo continua a essere una forza politica trasversale. Ma è stato davvero Mani Pulite a cambiare l’Italia, o ha semplicemente rivelato una fragilità strutturale della nostra democrazia?

Mani Pulite e la fine della Prima Repubblica

L’Italia dei primi anni ’90 era un paese dove la corruzione era sistemica, ma anche tollerata. Le tangenti erano parte del finanziamento illecito ai partiti e il concetto stesso di tangente era spesso visto come una prassi consolidata piuttosto che come un reato. Quando i magistrati di Milano iniziarono a indagare, si trovarono di fronte a una rete di relazioni tra imprenditori e politica che coinvolgeva i principali partiti di governo.

La Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano furono i più colpiti, con decine di esponenti di primo piano travolti dagli scandali. Il PSI di Bettino Craxi fu il principale bersaglio mediatico, con il leader socialista costretto alla fuga in Tunisia, dove morì in esilio nel 2000. La DC, pilastro della Prima Repubblica, si sgretolò in una diaspora di formazioni minori. I grandi partiti riformisti e di governo scomparvero nel giro di pochi anni, lasciando spazio a una nuova classe politica spesso più inesperta e priva di una visione organica del Paese.

 

L’uso politico della giustizia: il ruolo della magistratura

 

Uno degli aspetti più controversi di Mani Pulite fu il ruolo giocato dalla magistratura. Il pool milanese, guidato da Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Francesco Saverio Borrelli, adottò una strategia investigativa aggressiva, basata su arresti preventivi e pressioni sugli indagati per ottenere confessioni. Il messaggio era chiaro: chi parlava, usciva di galera; chi resisteva, restava dentro.

La carcerazione preventiva divenne uno strumento di pressione per far emergere nuovi nomi, creando un effetto domino che amplificò lo scandalo. Questa metodologia, seppur efficace nel breve termine, sollevò gravi dubbi sul rispetto delle garanzie costituzionali e contribuì a creare un clima di sospetto generalizzato.

La magistratura assunse così un ruolo da protagonista non solo nella lotta alla corruzione, ma anche nella ridefinizione degli equilibri politici. Con la crisi della Prima Repubblica, i magistrati divennero il nuovo riferimento morale per un’opinione pubblica esasperata dagli scandali. Tuttavia, questo spostamento di potere contribuì a minare la fiducia nella politica e a rafforzare una cultura dell’antipolitica che si sarebbe radicata nei decenni successivi.

 

La crisi della politica e l’ascesa del populismo giustizialista

 

L’effetto più duraturo di Mani Pulite fu la delegittimazione della politica tradizionale. La scomparsa dei partiti storici lasciò un vuoto che fu riempito da nuove formazioni politiche spesso costruite attorno a leader carismatici e all’idea di una contrapposizione netta tra “onesti” e “corrotti”.

 

Questo schema si è riproposto più volte nella storia recente del paese. Dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, con la sua retorica contro i “comunisti” e i “magistrati politicizzati”, fino all’ascesa del Movimento 5 Stelle, che ha fatto della lotta alla “casta” il suo principale cavallo di battaglia, il giustizialismo è diventato un’arma politica efficace per conquistare consenso.

lI problema è che questa impostazione ha spesso prodotto più distruzione che riforme. La lotta alla corruzione è sacrosanta, ma negli ultimi trent’anni si è assistito a una continua emergenza giudiziaria che ha impedito alla politica di costruire un sistema più trasparente e funzionante. Il risultato è stato un paese con una burocrazia paralizzata dalla paura di firmare atti, un’imprenditoria diffidente verso il settore pubblico e una politica incapace di affermare la propria autonomia rispetto ai tribunali.

Come uscire dall’ombra di Tangentopoli

Se c’è una lezione da imparare da Mani Pulite, è che la lotta alla corruzione non può essere affidata solo alla magistratura. La politica deve riprendersi il suo ruolo, non in senso di impunità, ma di capacità di autoriformarsi e di creare meccanismi di controllo realmente efficaci.

Negli ultimi anni, la riforma della giustizia è tornata al centro del dibattito, ma con approcci spesso strumentali. Si è parlato di separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, di revisione dell’abuso d’ufficio e di responsabilità civile dei magistrati, ma senza mai affrontare il nodo vero: il riequilibrio dei poteri tra politica e giustizia.

Per chiudere davvero la stagione di Tangentopoli, serve una politica più responsabile e una magistratura più consapevole del suo ruolo. Il rischio, altrimenti, è quello di rimanere bloccati in un eterno presente, dove la giustizia si sostituisce alla politica e la politica delegittima se stessa in una spirale senza fine.

Il vero cambiamento arriverà quando la politica tornerà a essere autorevole senza bisogno di nemici da combattere e quando la giustizia tornerà a svolgere il suo ruolo senza trasformarsi in un attore politico. Solo allora potremo dire di essere usciti davvero dall’ombra lunga di Tangentopoli.

 

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